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Libertas Lab

Pena di morte, la vita vale negli Stati Uniti come in Iran

Il caso di Najmeh Amini richiama politica e informazione alla coerenza. Una proposta per difendere ogni condannato e rimettere la cura al centro del dibattito sul fine vita.

di Redazione

È giusto scandalizzarsi per la pena di morte negli Stati Uniti. Proprio da una democrazia pretendiamo che la giustizia protegga le persone senza arrogarsi il potere di sopprimerle. Nessuna atrocità commessa dal condannato rende infallibile un tribunale, nessuna esecuzione restituisce una vittima ai suoi familiari. Ma questa indignazione deve attraversare anche le frontiere che disturbano le nostre abitudini politiche. La vita non acquista valore quando serve a denunciare Washington, per perderlo quando il patibolo viene innalzato a Teheran.

Il nome da ricordare è Najmeh Amini. Ha 23 anni e, secondo Iran Human Rights e Hengaw, è stata condannata a morte in Iran per un post sui social giudicato offensivo verso il profeta. La sentenza, secondo le informazioni disponibili, resta soggetta a riesame e non è stata confermata dalla Corte suprema. È una distinzione essenziale: Najmeh è una giovane da salvare, non una morte già avvenuta da commemorare. La mobilitazione internazionale può ancora avere uno scopo concreto.

L’accusa formale è di blasfemia. Il significato politico che leggiamo in questa vicenda è la pretesa di un potere religioso e statale di governare la coscienza con la minaccia della morte. Una donna che si esprime diventa così bersaglio di un apparato repressivo. Neppure un’espressione offensiva può giustificare il patibolo. Difendere Najmeh significa difendere la libertà delle donne e quella di ogni persona, credente o non credente, di non essere uccisa per le proprie parole.

Qui l’informazione deve interrogarsi. Il caso è stato raccontato anche dalla stampa italiana: sarebbe falso sostenere un silenzio assoluto. La domanda politica riguarda piuttosto la continuità dell’attenzione. Chi trasforma le esecuzioni americane in una battaglia di civiltà deve pretendere la stessa mobilitazione contro quelle iraniane. Nessuna cautela culturale può diventare indulgenza verso la teocrazia. E nessuna condanna del regime autorizza a confondere le sue responsabilità con quelle dei musulmani: sono anche cittadini musulmani a subirne e contrastarne la repressione.

Per Libertas Lab questa coerenza deve tradursi in un’iniziativa italiana. Governo e Parlamento promuovano un impegno comune per la sospensione delle esecuzioni e l’abolizione della pena capitale, accompagnato da richieste pubbliche sui singoli condannati. La Farnesina potrebbe presentare ogni sei mesi un quadro delle iniziative diplomatiche e dei risultati, coordinandosi con i partner europei e le organizzazioni indipendenti. Per Najmeh va chiesto subito l’annullamento della condanna. Questo impegno deve comprendere anche chi abbia commesso delitti gravissimi: l’abolizionismo perde il proprio fondamento se difende soltanto gli innocenti. Restano la pena, la sicurezza dei cittadini e il dovere di giustizia verso le vittime. Il controllo pubblico impedirebbe che una dichiarazione solenne esaurisca l’intera politica dei diritti umani.

La riflessione sulla vita, però, non può arrestarsi davanti alle carceri. Deve raggiungere anche il dibattito sull’eutanasia. Le situazioni sono diverse: una condanna imposta e una richiesta formulata nella sofferenza non sono la stessa cosa. Proprio prendendo sul serio quella sofferenza, respingiamo la prospettiva di un’eutanasia liberamente accessibile come risposta ordinaria alla fragilità. La libertà rischia di impoverirsi quando una persona si sente un peso, teme i costi dell’assistenza o non trova sollievo al dolore.

La proposta è rendere effettivo ovunque l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore previsto dalla legge 38 del 2010, rafforzando assistenza domiciliare, sostegno psicologico e aiuto alle famiglie. Entro sei mesi, Ministero e Regioni dovrebbero pubblicare bisogni scoperti, tempi di accesso e personale necessario; su questa ricognizione andrebbero quantificate risorse e coperture, con obiettivi annuali verificabili. Curare richiede competenze e investimenti, non promesse gratuite. La spesa aggiuntiva dipenderà dalle carenze territoriali rilevate; assumerla senza quella verifica sarebbe arbitrario. I risultati andranno misurati sulle persone assistite e sulla tempestività della presa in carico. Rifiutare l’accanimento terapeutico resta distinto dal provocare deliberatamente la morte. Tutta la politica dovrebbe misurarsi con questa responsabilità: combattere il patibolo e costruire condizioni nelle quali nessuno si senta abbandonato alla propria fragilità. Il valore della vita chiede una fedeltà che duri anche quando finiscono i titoli dei giornali.