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Politica

Aumenti ai magistrati, Meloni non firma: prima gli aiuti alle famiglie in difficoltà

La premier contesta la priorità degli adeguamenti retributivi. La sentenza va eseguita secondo le regole, ma il Parlamento può correggere per il futuro un meccanismo poco equo.

di Redazione

Giorgia Meloni ha annunciato che non firmerà il decreto che darebbe seguito al ricalcolo delle retribuzioni dei magistrati. La premier ritiene che, in un momento di difficoltà per molte famiglie, destinare nuove risorse a una categoria già ben retribuita non possa essere una priorità politica. Il suo giudizio coglie una questione di equità che l’opposizione farebbe male a derubricare a scontro contro i giudici. Quando il denaro pubblico è limitato, chi governa deve poter spiegare ai cittadini perché una voce di spesa preceda le altre e proporre regole più giuste per il futuro.

Il punto giuridico va tenuto distinto. Il Consiglio di Stato ha giudicato illegittimo il metodo usato per calcolare l’adeguamento del triennio 2018-2020: sono stati contestati gli emolumenti considerati, le categorie di dipendenti pubblici incluse e il ricorso a una media ponderata anziché aritmetica. L’Associazione nazionale magistrati rivendica quanto discenderebbe dalla pronuncia. Esistono dunque obblighi dell’amministrazione che non si cancellano con una dichiarazione politica. Meloni stessa ha prospettato che il Consiglio di Stato, se lo riterrà opportuno, possa nominare un commissario. Su questa procedura decideranno gli organi competenti.

Riconoscere il peso della sentenza non toglie forza alla domanda posta dalla presidente del Consiglio. Un automatismo creato per tutelare l’indipendenza della magistratura può produrre incrementi difficili da spiegare a chi aspetta il rinnovo di un contratto, a un infermiere o a un giovane che non trova un affitto sostenibile. Non significa che i magistrati abbiano chiesto un regalo o che la loro autonomia sia superflua. Significa che ogni meccanismo pubblico, anche quando tutela una funzione essenziale, deve essere valutato per i suoi effetti distributivi e per la sua sostenibilità nel tempo.

Per questo la risposta del centrodestra non dovrebbe esaurirsi nel rifiuto della firma. Il governo può chiedere un rendiconto preciso dei calcoli, distinguendo arretrati, incrementi futuri e tempi dei pagamenti. Meloni parla di quasi un miliardo di euro; l’ANM contesta le cifre circolate. Il costo e la sua distribuzione annuale vanno chiariti con un prospetto ufficiale. Poi il Parlamento può discutere una disciplina prospettica più equilibrata, rispettando i diritti già accertati e le garanzie di indipendenza. Trasformare una protesta sulla priorità della spesa in un progetto di riforma renderebbe la posizione di Meloni più solida e utile ai contribuenti.

La replica delle toghe merita di essere ascoltata dove richiama la legalità: una sentenza non diventa facoltativa per l’impopolarità dei beneficiari. Ma l’associazione non dovrebbe chiedere che ogni interrogativo politico sulla formula sia interpretato come ostilità verso la magistratura. Il confronto sulle retribuzioni appartiene anche ai rappresentanti eletti e ai cittadini che finanziano le istituzioni. Un giudice indipendente ha diritto alla tutela prevista dalla legge; quella stessa legge può essere cambiata per l’avvenire con procedure costituzionalmente corrette. Questo è il terreno della responsabilità democratica. Il governo può aprirlo senza negare un credito accertato, e l’ANM può parteciparvi senza presentare come intoccabile la formula che ha generato quel credito. La differenza è decisiva per riportare il dibattito dal conflitto di categoria all’interesse generale.

All’opposizione spetta un’alternativa, non la semplice difesa dell’assetto esistente perché a contestarlo è Meloni. Se ritiene appropriato l’attuale meccanismo, spieghi in pubblico perché l’esito è equo rispetto alle condizioni di altri lavoratori pubblici. Se pensa che vada corretto, sostenga un confronto parlamentare. Anche il centrodestra deve evitare di trasformare tutti i magistrati in un bersaglio collettivo: il dissenso riguarda regole e priorità, non il valore del loro lavoro. La credibilità dell’esecutivo aumenta quando sa tenere insieme fermezza politica e rispetto degli atti dovuti.

In questa vicenda la premier ha portato al centro una domanda che molte famiglie condividono: chi viene prima quando bisogna scegliere? La risposta non può violare le decisioni giudiziarie, ma può cambiare il modo in cui il Paese decide gli adeguamenti futuri. Un quadro ufficiale delle somme, una gestione legittima della pronuncia e una proposta legislativa seria darebbero contenuto alla sua scelta di campo. La tutela delle fasce deboli non si misura soltanto nel rifiuto di una spesa: si misura nella capacità di destinare risorse e attenzione a bisogni concreti, secondo regole uguali e trasparenti.

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