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Politica

Liste d’attesa negli ospedali, le Regioni devono rispondere dei fondi non spesi

La Corte dei conti segnala ritardi nell’uso delle risorse e carenze organizzative. La piattaforma nazionale dà al governo uno strumento per misurare e correggere i divari.

di Redazione

Una visita prescritta ma ottenuta troppo tardi è una promessa sanitaria mancata. La nuova relazione della Corte dei conti sulle liste d’attesa mette davanti alla politica un fatto scomodo: aumentare gli stanziamenti non basta quando il personale manca, i dati arrivano incompleti e le amministrazioni non trasformano le risorse in prestazioni. Il governo Meloni ha scelto di costruire un monitoraggio nazionale; adesso deve usare quel quadro per pretendere risultati dalle Regioni. Difendere il Servizio sanitario nazionale significa verificare se il cittadino è stato curato in tempo, non soltanto se una voce di bilancio è cresciuta.

La magistratura contabile descrive differenze territoriali e difficoltà di programmazione. Le risorse messe a disposizione dallo Stato richiedono una rendicontazione completa, mentre le informazioni regionali restano disomogenee. Un totale nazionale non dice a un paziente se otterrà la visita cardiologica nella propria provincia. Occorre conoscere appuntamenti offerti, tempi effettivi, prestazioni erogate e motivi dei rinvii. Dove gli stanziamenti restano inutilizzati, il problema non si risolve semplicemente votando altri fondi: bisogna capire perché non si assumono specialisti o non si organizzano sedute aggiuntive.

Agenas ha messo online la piattaforma nazionale e a ottobre ha pubblicato un primo bollettino di monitoraggio. È un passo politico rilevante del governo: per anni la frammentazione delle informazioni ha reso troppo facile scaricare altrove la responsabilità. Un dato comparabile può aiutare ministero e cittadini a distinguere la scarsità di medici da una prenotazione gestita male. Naturalmente un cruscotto non visita nessuno. Diventa utile quando dirige controlli, accordi con le strutture, recupero delle prestazioni e correzioni nelle aziende sanitarie che accumulano ritardi.

La responsabilità regionale va detta senza nascondere quella statale. Sono le Regioni a organizzare l’offerta sanitaria sul territorio; lo Stato finanzia, detta garanzie comuni e deve intervenire quando i livelli di servizio non sono rispettati. Una maggioranza di centrodestra credibile non assolve automaticamente un’amministrazione amica né usa una regione avversaria come unico bersaglio. Chiede a ciascuna gli stessi numeri, spiega dove l’attesa supera i limiti e mette in campo gli strumenti previsti per correggerla. L’autonomia amministrativa è seria se comprende anche il dovere di rendere conto ai cittadini.

C’è poi il lavoro di medici, infermieri e personale amministrativo. Aumentare le agende sulla carta senza professionisti disponibili sposta soltanto il problema. Servono turni programmati in modo sostenibile, assunzioni dove i vuoti sono più gravi, strumenti digitali che evitino prenotazioni perse e un rapporto più efficace fra medicina territoriale e ospedali. Quando il paziente non trova posto nel pubblico e paga privatamente, il costo della cattiva organizzazione ricade sulla famiglia. Quando rinuncia, il danno sanitario può arrivare dopo e risultare ancora maggiore.

La relazione della Corte non smentisce la necessità degli investimenti; ne chiede un uso migliore. Il governo ha aperto una fase di maggiore trasparenza con il monitoraggio. Il prossimo passo deve essere una verifica periodica delle amministrazioni e una risposta precisa ai territori che restano indietro. Per chi attende un esame non conta quale ente abbia la competenza formale: conta che Stato e Regione smettano di rimbalzarsi la responsabilità e garantiscano un appuntamento entro i tempi dovuti.

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