L’Egitto vuole difendere l’Arabia Saudita: il Mar Rosso riguarda anche l’Italia
Il Cairo valuta il sostegno militare contro gli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi. Proteggere le rotte richiede obiettivi precisi e una via diplomatica per fermare l’escalation.
La sicurezza del Mar Rosso è un interesse italiano, anche quando le decisioni vengono prese al Cairo o a Riad. La disponibilità dell’Egitto ad aiutare l’Arabia Saudita contro gli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi riguarda infatti l’accesso meridionale al canale di Suez e il collegamento fra Mediterraneo e Oceano Indiano. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha chiesto un mandato parlamentare per eventuali misure difensive, qualora richieste dai sauditi. La discussione è stata rinviata al 26 ottobre: non siamo davanti a un intervento militare già autorizzato e avviato.
Il 18 ottobre il Consiglio di difesa nazionale egiziano ha espresso pieno sostegno all’Arabia Saudita e la disponibilità a fornire assistenza per tutelarne sicurezza e territorio. Nello stesso comunicato, però, ha indicato la necessità di intensificare gli sforzi politici e diplomatici per ridurre la tensione. Questi due impegni devono essere letti insieme. Difendere un alleato dagli attacchi non obbliga a scegliere una guerra senza limiti; chiedere una soluzione politica non significa lasciare indifese popolazioni, aeroporti e infrastrutture.
Gli Houthi non possono pretendere di condizionare la sicurezza dell’intera regione attraverso missili e droni. La loro capacità di esercitare pressione su rotte e vicini attribuisce a un movimento armato un potere che travalica lo Yemen. La risposta deve impedire che questa minaccia diventi una condizione normale dei commerci internazionali. Ma deve anche distinguere gli obiettivi militari dalla popolazione civile yemenita: colpire indiscriminatamente o alimentare un conflitto interminabile consoliderebbe il problema che si dichiara di voler risolvere.
La scelta del Cairo ha un evidente fondamento strategico. Suez collega la prosperità egiziana alla possibilità di navigare in sicurezza lungo il Mar Rosso. Se le navi evitano quella rotta, la posizione geografica del Paese perde parte del proprio valore economico. Per l’Italia il rischio riguarda porti, trasportatori, imprese esportatrici e approvvigionamenti. Allungare i percorsi può assorbire tempo e risorse che finiscono per pesare sulle attività produttive. Non occorre sostenere che ogni rincaro dipenda da questa crisi per riconoscere quanto sia concreta la posta in gioco.
Proprio per questo un eventuale mandato militare dovrebbe chiarire compiti, limiti e condizioni di conclusione. Proteggere obiettivi sauditi dagli attacchi aerei, sorvegliare rotte e partecipare a un’offensiva terrestre sono operazioni diverse, con rischi e responsabilità differenti. Finché questi elementi non sono definiti, trasformare la solidarietà politica nell’annuncio di una nuova guerra sarebbe prematuro. La prudenza istituzionale può rendere più credibile la deterrenza, perché distingue ciò che un governo è disposto a fare da ciò che non intende promettere.
Roma e l’Unione europea dovrebbero sostenere la sicurezza della navigazione e mantenere aperto il confronto con gli attori regionali, evitando di delegare ad altri ogni decisione sul proprio accesso ai mercati. Un’Italia presente nel Mediterraneo deve saper collegare difesa, diplomazia e tutela degli interessi economici. L’obiettivo è togliere efficacia al ricatto armato e costruire le condizioni per disinnescarlo. Aiutare a difendere l’Arabia Saudita e lavorare per fermare l’allargamento della guerra possono essere parti della stessa politica, purché il traguardo resti esplicito e raggiungibile.



