Ucraina, salvare i civili deve essere la prima prova del negoziato
La richiesta di una tregua umanitaria per Oleshky indica un obiettivo concreto: far arrivare cibo e medicine senza trasformare gli abitanti in ostaggi della guerra.
Prima dei vertici tra potenze viene una domanda elementare: chi permette ai civili intrappolati di mangiare, curarsi e mettersi al sicuro? La città ucraina di Oleshky, nella regione di Kherson occupata dalla Russia, offre un banco di prova concreto per qualsiasi discorso sulla pace. Il 19 ottobre Leone XIV ha chiesto al presidente Volodymyr Zelensky una collaborazione che consenta aiuti alimentari e sanitari ed evacuazioni volontarie e sicure. La richiesta segue quella di tregua umanitaria già rivolta a Vladimir Putin. Ora contano subito i passaggi autorizzati e le persone soccorse, non le dichiarazioni di disponibilità.
Il valore diplomatico di questa iniziativa supera la dimensione locale. Aprire uno spazio protetto mentre la guerra continua significa verificare se gli interlocutori siano capaci di assumere un impegno limitato e rispettarlo. Non occorre risolvere prima ogni controversia territoriale per consentire l’arrivo di una medicina. Anzi, subordinare il soccorso alla conclusione di un accordo generale consegnerebbe la popolazione ai tempi di una trattativa che nessuno può garantire. La politica responsabile deve saper procedere anche per risultati circoscritti, purché reali e controllabili.
Un’evacuazione umanitaria ha inoltre un requisito irrinunciabile: deve essere scelta, non imposta. La sicurezza del percorso e la destinazione degli sfollati fanno parte del risultato, insieme alla possibilità di restare ricevendo assistenza. Spostare persone senza tutele non equivale a salvarle. Servono condizioni concordate, interlocutori riconoscibili e un riscontro indipendente sull’attuazione. Sono esigenze operative, non cavilli: riguardano famiglie che devono decidere se abbandonare la propria casa e persone fragili che non possono muoversi da sole.
Questo approccio non cancella la responsabilità russa per l’invasione e per l’occupazione. Parlare con Mosca serve a ottenere ciò che dipende anche dalle sue decisioni, non a riconoscerle un diritto sulla popolazione ucraina. Allo stesso modo, un eventuale confronto tra grandi potenze non può trasformare l’Ucraina nell’oggetto di un’intesa conclusa sopra la sua testa. Un ordine internazionale fondato sulla forza dei più grandi sarebbe instabile anche per chi oggi pensa di ricavarne un vantaggio. Domani potrebbe trovarsi dalla parte di chi subisce.
L’Europa dovrebbe sostenere questa diplomazia dei risultati con la stessa serietà con cui discute gli strumenti di pressione sulla Russia. La credibilità si costruisce preparando assistenza, sostenendo le organizzazioni umanitarie e chiedendo garanzie verificabili a chi controlla gli accessi. Per l’Italia è una prospettiva coerente con la propria tradizione: solidarietà verso l’aggredito, difesa del diritto e ricerca tenace di aperture negoziali. Nessuna di queste responsabilità impone di rinunciare alle altre.
La pace avrà bisogno di un assetto politico e di garanzie di sicurezza che oggi restano da costruire. Nell’attesa, Oleshky non può diventare una nota a margine del confronto fra Washington, Mosca e le capitali europee. Il criterio più esigente per giudicare la buona fede dei protagonisti è anche il più comprensibile: consentire che un convoglio passi e che una famiglia possa scegliere di partire senza morire. Se il negoziato vuole meritare il proprio nome, cominci da qui.



