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Europa

Migranti, Meloni porta l’Europa sulla linea del controllo

Il Consiglio europeo apre al lavoro su una risposta comune alle emergenze alle frontiere. La spinta italiana ottiene spazio politico; ora servono regole e impegni concreti.

di Redazione

Giorgia Meloni torna da Bruxelles con un risultato politico che non va sminuito. Il Consiglio europeo ha discusso la gestione della migrazione e ha accolto l’intenzione della Commissione di lavorare con gli Stati membri a una risposta comune per le emergenze alle frontiere. Il governo italiano sostiene da tempo che il controllo degli ingressi non possa essere lasciato ai soli Paesi di primo arrivo. Aver portato questa impostazione nel confronto tra i leader europei e nel testo finale è un passo nella direzione giusta.

Il documento approvato il 16 ottobre usa poche parole, ma apre una questione concreta. Che cosa accade quando gli arrivi crescono improvvisamente e le strutture di uno Stato non riescono a gestirli con i mezzi ordinari? E come deve reagire l’Unione se un governo straniero o un gruppo ostile favorisce deliberatamente il passaggio di persone verso una frontiera europea per mettere sotto pressione il Paese che la presidia? È questo il significato pratico dell’espressione burocratica usata nelle conclusioni. Non si parla di ogni persona che migra, né automaticamente di ogni traffico criminale: si parla dell’uso intenzionale dei movimenti di persone come arma di pressione politica.

Per l’Italia è importante che l’Europa riconosca la natura comune di queste sfide. Una frontiera esterna appartiene a tutta l’Unione, anche se i controlli e l’accoglienza ricadono in prima battuta su un singolo Stato. Lasciare a quel Paese identificazioni, procedure, sicurezza e costi dell’emergenza, mentre gli altri si limitano a chiedere rispetto delle regole, significa costruire una solidarietà soltanto verbale. La posizione italiana chiede invece strumenti condivisi, capacità di intervento e cooperazione effettiva con i Paesi d’origine e di transito.

Meloni ha costruito negli ultimi mesi un confronto con altri governi disponibili a rafforzare il controllo dei flussi. Il dibattito di Bruxelles mostra che la questione non può più essere liquidata come un’ossessione italiana o come una deviazione rispetto ai principi europei. Difendere i confini, contrastare i trafficanti e far funzionare le procedure d’asilo sono compiti propri di istituzioni responsabili. Il dialogo con la Spagna di Pedro Sánchez, su posizioni spesso diverse, indica inoltre che cercare una soluzione pratica può essere più utile che cristallizzare lo scontro tra governi.

Questo è il punto sul quale la linea del centrodestra può dimostrare la propria forza: non basta pronunciare la parola fermezza, bisogna darle un’organizzazione. Servono controlli efficaci, decisioni rapide sulle domande di protezione, rimpatri praticabili per chi non ha diritto a restare e accordi internazionali che non si esauriscano nelle fotografie dei vertici. Servono anche percorsi ordinati per l’ingresso di chi viene a lavorare. Senza questa distinzione, l’irregolarità alimenta l’economia sommersa e lascia spazio alle reti criminali.

Il risultato del Consiglio va letto con precisione. Le conclusioni non istituiscono oggi un nuovo meccanismo di emergenza, non fissano risorse e non impongono agli Stati obblighi aggiuntivi già operativi. Accolgono un impegno di lavoro della Commissione e prevedono che i leader tornino sul tema. Chiamarla una soluzione compiuta darebbe agli avversari una facile smentita. Riconoscerla come una conquista sul terreno dell’indirizzo politico permette invece di chiedere il passaggio successivo: trasformare quell’apertura in decisioni verificabili.

Anche le opposizioni dovrebbero misurarsi con questa domanda. È legittimo discutere i metodi del governo e vigilare sulle garanzie per chi chiede asilo. Ma chi respinge in blocco una maggiore capacità di controllo deve spiegare come intenda governare arrivi improvvisi, distinguere i diritti individuali, sostenere i comuni e impedire che Stati ostili sfruttino le fragilità europee. La dignità delle persone richiede procedure giuste; la sicurezza richiede che quelle procedure funzionino. Per una cultura cattolica e popolare i due doveri devono stare insieme.

La prova per l’Italia comincia adesso. Al prossimo confronto europeo il governo dovrà chiedere criteri chiari per riconoscere le emergenze, risorse per affrontarle, collaborazione sui rimpatri e responsabilità effettive degli altri partner. Poi dovrà riferire quali impegni sono stati ottenuti. Meloni ha portato al tavolo un principio che l’Europa non può ignorare: il governo dei flussi migratori è una responsabilità comune. Il successo pieno arriverà quando quel principio diventerà una capacità comune di agire.

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