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Scenari Globali

Stati Uniti e Iran, un accordo di pace deve garantire controlli sul nucleare

Le indiscrezioni sull’intesa non bastano: per fermare il conflitto servono impegni verificabili sull’uranio e garanzie di sicurezza per la regione.

di Redazione

Un accordo tra Stati Uniti e Iran meriterebbe sostegno se riducesse la minaccia nucleare e rendesse più sicura la regione. Il suo valore non dipenderebbe dalla vicinanza delle elezioni americane o dalla solennità dell’annuncio. Le indiscrezioni su una possibile intesa nei prossimi giorni vanno quindi accolte con prudenza e con una domanda precisa: quali obblighi saranno assunti e chi potrà verificarli? La visita del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Teheran, il 19 ottobre, conferma l’intensità dei contatti diplomatici. Non dimostra che il negoziato abbia già raggiunto il traguardo.

Il nodo più delicato resta la possibilità di controllare il programma nucleare iraniano. Nel rapporto del primo settembre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha spiegato di non poter accertare dimensioni, composizione e ubicazione attuali delle scorte di uranio arricchito, né verificare la sospensione di tutte le attività di arricchimento. È un vuoto di conoscenza che la diplomazia deve colmare. Non dimostra da solo l’esistenza di un’arma atomica, ma impedisce di fondare la sicurezza sulle rassicurazioni delle autorità iraniane. Le ispezioni servono proprio a sostituire la fiducia obbligata con accertamenti tecnici.

Per questo la discussione su dove collocare o come trattare il materiale nucleare ha senso soltanto insieme a regole di accesso, inventari attendibili e procedure di controllo. Una soluzione dovrebbe rendere verificabile il percorso dall’impegno politico alla sua esecuzione. Spostare il problema da un comunicato all’altro non lo risolve. Né la pressione militare, da sola, può certificare ciò che resta nei siti colpiti: per conoscere lo stato dei materiali occorrono informazioni e accessi che un’intesa seria deve garantire.

Mosca cerca spazio nel confronto fra Washington e Teheran mentre mantiene rapporti stretti con la Repubblica islamica. Un eventuale contributo russo può essere utile se produce risultati controllabili; non conferisce automaticamente alla Russia il ruolo di arbitro imparziale. Ogni potenza porta al tavolo i propri interessi. La diplomazia occidentale deve valutarne l’utilità senza scambiare l’offerta di mediazione per una garanzia sufficiente. Il criterio resta ciò che l’Iran accetta concretamente di fare e ciò che gli organismi competenti possono accertare.

Anche la sicurezza del Golfo deve entrare nel risultato politico. La libertà di navigazione non può dipendere da una concessione revocabile di chi controlla una costa o dispone di missili. Per Italia ed Europa difendere le rotte significa proteggere approvvigionamenti, lavoro e stabilità, evitando che ogni crisi regionale diventi un ricatto. Un accordo durevole dovrebbe favorire la riduzione delle minacce e chiarire le responsabilità delle parti. Il sollievo momentaneo dei mercati sarebbe benvenuto, ma non sostituirebbe questi impegni.

La scelta corretta è sostenere il negoziato con fermezza sugli obiettivi e disponibilità sugli strumenti. La popolazione iraniana non deve essere confusa con il regime, né lasciata senza prospettive: una riduzione della tensione può aprire spazi che il conflitto restringe. Ma la pace richiede reciprocità. Washington e gli europei devono poter spiegare quali rischi vengono ridotti e come reagirebbero a una violazione. L’accordo migliore sarà quello capace di reggere ai controlli il giorno dopo la firma, non quello celebrato prima di conoscerne il contenuto.

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